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Il panorama della Start-up italiana alla tavola rotonda UCID

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Sotto gli affreschi di Luca Cambiaso, nella sala omonima di Palazzo Grimaldi della Meridiana a Genova, si è svolto il 26 maggio il convegno “Start-Up innovative: il sostegno di tecnologia ed industria” , organizzato da UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) in collaborazione con Intesa San Paolo con lo scopo di illustrare la filiera dell’innovazione che dalla ricerca pura, passando attraverso l’ applicazione pratica ed il trasferimento di nuove tecnologie, porta alla creazione e allo sviluppo di start-up innovative di successo.

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Le Università Italiane alla riscossa nella classifica U-Multirank

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Le università italiane mostrano incoraggianti segnali positivi, con particolare riguardo all’emergere di atenei tradizionalmente considerati più piccoli, secondo quanto si ricava dagli studi compiuti dal sistema U-Multirank

U-Multirank è un tool di comparazione per istituti di studi superiori realizzato, con i fondi dell’Unione Europea, da un consorzio guidato dal Professor Dr. Frans van Vught  (Center for Higher Education Policy Studies – CHEPS -, Olanda)  e dal Professor Dr. Frank Ziegele (Centre for Higher Education – CHE –  Germania) e comprendente il Centre for Science and Technology Studies dell’università di Leiden  (CWTS), l’ Università Cattolica di Leuven, l’editore scientifico Elsevier, la fondazione  Bertelsmann, Push (una guida universitaria indipendente per gli studenti inglesi) e la software house Folge 3.

Lo strumento si basa sull’analisi di fattori quali la qualità dell’insegnamento e dall’apprendimento, i risultati della ricerca e del trasferimento tecnologico, la vocazione internazionale e il livello di interazioni economiche dell’ateneo sul territorio. Il database di U-Multirank comprende più di 850 istituti provenienti da 70 paesi, valutati attraverso il ricorso a fonti differenti per poter assicurare una validazione a 360 gradi del ranking: i dati sono, caso per caso, forniti dalle istituzioni stesse, ricavati da database bibliometrici e brevettuali mondiali o raccolti da un indagine compiuta su un campione di più di 60.000 studenti.

Ciò che differenzia questo sistema di valutazione da molti altri è il fatto di non classificare gli atenei secondo un valore medio ponderato che aggreghi in un solo indicatore la competitività di un istituto: poichè l’assegnazione di pesi arbitrari ai differenti fattori in gioco si è rilevata dimostrabilmente un’operazione a rischio di gravi distorsioni anche a fronte di errori di piccola entità, si è preferito valutare ogni università secondo differenti indicatori raggruppati in cinque gruppi (è possible analizzare ogni voce di giudizio a questo link). In tal modo è possibile evidenziare le eccellenze di diversi tipi di ateneo, siano essi rivolti maggiormente alla ricerca internazionale e alle scienze applicate, o costituiscano istituti a vocazione regionale e altamente specializzati settorialmente.

Da queste statistiche emerge che, nonostante il ritardo delle università italiana rispetto alle migliori al mondo nel campo della ricerca, vi sono numerosi segnali positivi, in particolare da parte di università che di solito non godono degli onori della cronaca: secondo questo articolo del Corriere della Sera, non solo Genova si piazza al secondo posto  della ricerca in Italia (subito dietro alla Università Bocconi di Milano), con ottimi risultati per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche, la percentuale di spesa dedicata alla ricerca ed il coinvolgimento del territorio, ma anche altre università legate a centri di medio-piccole dimensioni (Trento, Trieste, Pavia) risultano competitive a confronto dei tradizionali “giganti” di Milano, Torino e Roma.

 

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Internet of things: le nuove sfide della sicurezza online

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“Internet of Things” (Iot) è il termine utilizzato per connotare dispositivi, sistemi e servizi ad elvata connettività: nato nel 2009 come una visione per cui  tutti gli oggetti della vita quotidiana, una volta resi identificabili tramite delle “etichette” elettroniche, potrebbero essere gestiti ed inventariati da computer, si è evoluto (grazie allo sviluppo del protocollo IPv6) verso  l’assegnazione  di un indirizzo IP ad ogni oggetto per poterne permettere la connessione alla rete.

Per dare un’idea delle proporzioni del fenomeno basti pensare che, nonostante le cifre siano soggette a grandi variazioni a seconda dei modelli di previsione utilizzate, le prospettive sono nell’ordine delle decine di miliardi di dispositivi connessi entro l’anno 2020.Nonostante la ricerca e gli studi sullo Iot siano ancora in fase iniziale, e non vi sia ancora un accordo circa la precisa definizione del fenomeno, una preoccupazione condivisa dalla grande maggioranza di ricercatori e svilupppatori è quella relativa alle questioni di sicurezza.

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Internet Neutrality e Start Up

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Internet Neutrality è il principio secondo cui i provider di servizi internet e le istituzioni dovrebbero trattare equamente tutti i dati circolanti sulla rete, senza discriminare arbitrariamente od imporre tariffazioni differenziate in base ad utente, contenuto, sito, piattaforma e modalità di trasmissione.

Il termine è stato coniato nel 2003 da Tim Wu, docente di Diritto dei Media alla Columbia Law School ed era originariamente inteso come un principio di progettazione per cui una rete informativa raggiungerebbe la massima utilità nel momento in cui tratti allo stesso modo tutti i contenuti, siti e piattaforme.

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L’Italia sempre più presente nel panorama TT internazionale

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“La risorsa fondamentale dell’economia moderna è la conoscenza, e di conseguenza il processo più importante è l’apprendimento. Il fatto che la conoscenza differisca in aspetti cruciali dalle altre risorse rende i metodi dell’economia tradizionale meno rilevanti. […] La conoscenza non diminuisce di valore quando viene utilizzata. Al contrario aumenta il suo valore.” (B.Lundvall, “National System of innovation. Towards a Theory of Innovation and Interactive Learning“, 1992, Pinter, London)

Un recente articolo del Sole 24 Ore, accompagnato da un’intervista ad Henry Chesbrough sull’argomento, offre l’occasione per una riflessione sullo stato del trasferimento tecnologico in Italia.

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Smart Cities: abbiamo già tutto ciò che serve?

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Per poter essere definita “smart” una città deve essere lo scenario di investimenti in infrastrutture tradizionali  (trasporti) ed innovative (ICT) che supportino lo sviluppo di un’economia sostenibile e di un’alta qualità della vita attraverso meccanismi inclusivi di partecipazione privata e pubblica. Al di là del gran numero di definizioni attraverso cui descrivere il concetto, una delle parole chiavi su cui ogni teoria converge è “efficienza”.  Secondo il tecnologo Tom Armitage molto di quanto serve per uno sviluppo smart esiste già nella città media, e deve solo essere “svegliato”

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Open Innovation e Big Pharma: un binomio possibile

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Open Innovation è un modello teorizzato e descritto per la prima volta da Henry Chesbrough dell’Università di Berkeley, per il quale, in un mondo in cui la conoscenza è largamente diffusa e distribuita, le aziende non possono limitarsi ad utilizzare per la ricerca le proprie risorse interne, ma dovrebbero aprire canali di collaborazione con altre entità attraverso l’utilizzo strategico della proprietà intellettuale (licensing in e licensing out), con lo scopo di sviluppare nuovi modelli di business: un accesso più trasversale alla ricerca, quindi, con la possibilità di sfruttare economicamente anche quei risultati che non trovano diretta applicazione nel core business dell’azienda. Questo approccio è largamente utilizzato nel settore hi-tech, ma non può che sembrare estraneo al mondo farmaceutico, in cui la protezione estrema della proprietà intellettuale è sempre stata considerata un paradigma fondamentale.

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Il bilancio costi/benefici dell’attività brevettuale

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Il numero di brevetti concessi viene spesso descritto nelle statistiche come uno degli indicatori principali nella valutazione delle caratteristiche di innovatività di un sistema. Per quanto un’intensa attività brevettuale possa forse essere indice di una elevata inventività, tuttavia il solo numero di brevetti concessi nulla svela a riguardo dello sfruttamento economico degli stessi, ovvero sull’efficacia dei meccanismi di trasferimento tecnologico adottati dal sistema in esame. Al di là, poi,  delle riserve sulla rilevanza del dato stesso nella mappatura delle attività innovative, uno studio di un team di ricercatori della School of Law della Boston Universty, riemerso in occasione della recente ondata di brevetti concessi dall’ USPTO (l’ufficio brevetti statunitense), ha sottolineato lo squilibrio in termini di costi e benefici privati derivanti dall’applicazione di nuovi brevetti in USA tra il 1984 ed il 2009

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I falsi miti del recruiting hi-tech

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Interviste con domande sconcertanti (“Quanto potresti chiedere per pulire tutte le finestre di Seattle?”), richieste  di coding  a bruciapelo, curricula persi nel vuoto: alcuni dei falsi miti della selezione del personale stanno progressivamente venendo abbattuti dai giganti dell’hi tech nella corsa ad accaparrarsi i migliori talenti sul mercato. La rivoluzione è partita dalla Silicon Valley per allargarsi al resto del mondo.