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Leggi e Tecnologie: il caso dei droni

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Dopo aver parlato del caso Airbnb torniamo ad occuparci del gap che spesso esiste tra le nuove tecnologie e la capacità della legislazione vigente di regolarne l’utilizzo: negli Stati Uniti è in corso un aspro dibattito sull’uso commerciale degli “aerei senza pilota”, più comunemente conosciuti come droni.

La FAA, l’agenzia del Dipartimento dei Trasporti statunitense incaricata di regolare e sovrintendere a ogni aspetto riguardante l’aviazione civile ha, al momento, agito in maniera solo sporadica contro coloro che hanno inteso utilizzare i droni a fini commerciali, peraltro ottenendo  in giudizio risultati sfavorevoli, non esistendo un regolamento legalmente vincolante (ma solo quelle che vengono definite “voluntary guidelines“) a riguardo degli aeromodelli, ai quali i droni vengono analogicamente comparati.

La stessa FAA ha pianificato di proporre al congresso e far entrare in vigore un regolamento che permetta l’integrazione delle norme di sicurezza aerea con delle disposizione concepite ad hoc per i droni, ma questo non avverrà prima del 2015, almeno 4  anni dopo il primo uso commerciale documentato di un drone.

Nel frattempo, solo pochi giorni fa lo Stato della Louisiana ha proposto due leggi che intendono limitare l’utilizzo dei droni per riprese aeree: la prima, respinta successivamente dalla House Committee, prevedeva la necessità di una preventiva autorizzazione per riprese aeree su “infrastrutture critiche”, mentre la seconda (DRONE Act) impone sanzioni penali contro coloro che utilizzino i droni per ottenere immagini di proprietà private a fini di sorveglianza.

La mancanza di una legislazione federale in materia era stata fortemente criticata in passato, quando con l’introduzione del FAA Modernization and Reform Act del 2012, l’autorità per l’aviazione civile aveva ommesso di affrontare le questioni di privacy e libertà civili già allora prospettate come critiche nell’ambito di utilizzo dei droni, e rischia di causare una proliferazione di leggi a livello statale che definiribbero una realtà talmente frammentaria da minare le possibilità di sfruttamento commerciale su larga scala della nuova tecnologia.

La prospettiva europea in merito è senz’altro più uniforme, basandosi sulla regolamentazione emessa dall’ EASA (European Aviation Safety Agency) che richiede, in ogni caso, una certificazione per qualsivoglia utilizzo dei droni, ma forse troppo restrittiva per la creazione di un mercato appetibile.  In Italia è stato recentemente introdotto il regolamento ENAC sui “mezzi aerei a pilotaggio remoto”, che regola l’utilizzo commerciale di questi dispositivi: la speranza, oltre la previsione di future integrazioni che vadano a colmare quelle che già vengono a definirsi come “zone grigie” della regolamentazione, è quella della creazione  di una normativa coordinata a livello europeo che tuteli le esigenze di privacy e sicurezza senza ledere le prospettive di sviluppo del mercato.

 

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