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L’Italia sempre più presente nel panorama TT internazionale

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“La risorsa fondamentale dell’economia moderna è la conoscenza, e di conseguenza il processo più importante è l’apprendimento. Il fatto che la conoscenza differisca in aspetti cruciali dalle altre risorse rende i metodi dell’economia tradizionale meno rilevanti. […] La conoscenza non diminuisce di valore quando viene utilizzata. Al contrario aumenta il suo valore.” (B.Lundvall, “National System of innovation. Towards a Theory of Innovation and Interactive Learning“, 1992, Pinter, London)

Un recente articolo del Sole 24 Ore, accompagnato da un’intervista ad Henry Chesbrough sull’argomento, offre l’occasione per una riflessione sullo stato del trasferimento tecnologico in Italia.

Il trasferimento tecnologico si pone al centro del modello della Tripla Elica, un sistema di tre insiemi intersecanti rappresentanti ricerca accademica, industria ed istituzioni. L’efficacia ed il range d’azione possibili per una attività di trasferimento e trasformazione della conoscenza influenzano e sono a loro volta condizionati dal tipo di rapporti che intercorrono tra questi diversi insiemi.

Negli Stati Uniti l’introduzione nel 1980 del Bayh-Dole Act, che trasferisce alle università la titolarità delle invenzioni scaturite dalla ricerca finanziata pubblicamente, a condizione che l’ateneo richieda il brevetto e dimostri la dovuta diligenza nella ricerca di un licenziatario che sviluppi commercialmente l’invenzione, ha stimolato lo sviluppo di uffici di trasferimento tecnologico nella maggior parte delle organizzazione di ricerca interessate a ricevere sovvenzioni governative. Diretta conseguenza di questo è stato l’incremento della rilevanza della cosidetta “terza missione” dell’università, ovvero il coinvolgimento della stessa nello sviluppo socio-economico.

In Europa il cammino del trasferimento tecnologico è stato più accidentato: la frammentazione dei mercati, la proporzione minore delle risorse finanziarie disponibili e la mancanza di coordinazione dell’azione politica mirata alla stesura dei programmi di ricerca, ha portato ad un handicap nella trasformazione del progresso scientifico e tecnologico in prodotto commerciabile che è stato colmato solo nei primi anni del nuovo millennio. L’applicazione di un “innovation model” che vede al centro del trasferimento tecnologico il meccanismo di concessione in  licenza dei brevetti ha favorito, insieme all’inserimento nei programmi quadro dell’Unione Europea dell’innovazione come punto focale di una azione istituzionale coordinata, ha creato la possibilità per un’attività di collaborazione più intensa e fruttuosa tra ricerca pubblica ed impresa.

Venendo agli articoli citati e alla situazione italiana, viene evidenziato che ciò che ha in passato ostacolato la crescita del trasferimento tecnologico europeo ne sta analogamente rallentando il pieno sviluppo in Italia: nonostante l’indubbia crescita rispetto al rapporto NetVal 2003, la frammentazione dell’ecosistema dell’innovazione e l’inefficienza buroocratica, insieme alla scarsità degli investimenti nello sviluppo, risultano ancora i principali fattori critici, soprattutto in relazione alla carenza di spin off di dimensioni rilevanti. Nonostante queste difficoltà, varie voci citano la crescente autorevolezza degli operatori italiani nel panorma TT internazionale ed uno spunto per mettere a compimento queste potenzialità arriva da Henry Chesbrough: il teorico dell’Open Innovation suggerisce un superamento dello schema brevetto-licenza per abbracciare nuovi ed innovativi metodi e percorsi di trasferimento tecnologico che valorizzino maggiormente il lavoro dei ricercatori universitari.

 

 

 

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