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Eclipse-IT 2014: workshop smart a Genova il 9 e 10 Ottobre

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Il prossimo 9 e 10 ottobre, presso la sede del Dipartimento di Informatica, Bioingengneria, Robotica e Ingegneria dei Sistemi dell’Università di Genova (DIBRIS), si svolgerà Eclipse-IT 2014, la nona edizione del workshop della Italian Eclipse Community, dedicata al tema SMART-* : device, ambienti, lavoro, tecnologie, metodologie.

Eclipse è una fondazione no profit creata nel 2004 da IBM  che comprende persone ed organizzazioni interessate a collaborare sul tema dell’utilizzazione commerciale dell’open source software, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di una community e la creazione di un ecosistema di prodotti e servizi complementari all’open source, attraverso l’utilizzo di una piattaforma aperta di sviluppo che forinisca tutti gli strumenti necessari alla gestione del software in tutte le sue fasi del suo cilco vitale. La comunità italiana Eclipse è associata alla Eclipse Foundation e comprende docenti e ricercatori di varie università italiane oltre che membri dell’industria (tra cui IBM, Seen Solution, Sogei, RCP Vision, Reply, Parasoft, Opera21, S.E.I.C., Energeya, …).

“La comunità italiana Eclipse ha la consuetudine di riunirsi una volta all’anno in un convegno in cui si confrontano le esperienze, si discute in tavole rotonde e l’industria incontra l’accademia e gli studenti. Durante il workshop si può anche assistere a tutorial sull’uso di alcuni strumenti e a presentazioni delle  attività di ricerca dei singoli. In particolare, uno degli obiettivi del workshop è promuovere l’utilizzo dell’IDE Eclipse, e delle tecnologie open source, tra gli studenti che sono, per questo, invitati a presentare i loro progetti”, spiega Mauro Coccoli, docente del DIBRIS e organizzatore dell’evento.

Il tema dell’evento sarà il concetto di “Smart” declinato in varie iterazioni: partendo dal concetto di smart cities si analizzeranno le opportunità e le problematiche connesse ai nuovi modelli di applicazioni che ne derivano, sia per metodologie, sia per strumenti di sviluppo e di distribuzione. In questa prospettiva verrà dato particolare risalto alle nuove forme di imprenditorialità che si stanno sviluppando nella città “connessa”, con interventi dedicati al fenomeno delle startup e alle modalità di creazione delle stesse.

Pubblichiamo di seguito il programma dell’evento:

A questo link è possibile scaricare la versione pdf del programma

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Le Università Italiane alla riscossa nella classifica U-Multirank

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Le università italiane mostrano incoraggianti segnali positivi, con particolare riguardo all’emergere di atenei tradizionalmente considerati più piccoli, secondo quanto si ricava dagli studi compiuti dal sistema U-Multirank

U-Multirank è un tool di comparazione per istituti di studi superiori realizzato, con i fondi dell’Unione Europea, da un consorzio guidato dal Professor Dr. Frans van Vught  (Center for Higher Education Policy Studies – CHEPS -, Olanda)  e dal Professor Dr. Frank Ziegele (Centre for Higher Education – CHE –  Germania) e comprendente il Centre for Science and Technology Studies dell’università di Leiden  (CWTS), l’ Università Cattolica di Leuven, l’editore scientifico Elsevier, la fondazione  Bertelsmann, Push (una guida universitaria indipendente per gli studenti inglesi) e la software house Folge 3.

Lo strumento si basa sull’analisi di fattori quali la qualità dell’insegnamento e dall’apprendimento, i risultati della ricerca e del trasferimento tecnologico, la vocazione internazionale e il livello di interazioni economiche dell’ateneo sul territorio. Il database di U-Multirank comprende più di 850 istituti provenienti da 70 paesi, valutati attraverso il ricorso a fonti differenti per poter assicurare una validazione a 360 gradi del ranking: i dati sono, caso per caso, forniti dalle istituzioni stesse, ricavati da database bibliometrici e brevettuali mondiali o raccolti da un indagine compiuta su un campione di più di 60.000 studenti.

Ciò che differenzia questo sistema di valutazione da molti altri è il fatto di non classificare gli atenei secondo un valore medio ponderato che aggreghi in un solo indicatore la competitività di un istituto: poichè l’assegnazione di pesi arbitrari ai differenti fattori in gioco si è rilevata dimostrabilmente un’operazione a rischio di gravi distorsioni anche a fronte di errori di piccola entità, si è preferito valutare ogni università secondo differenti indicatori raggruppati in cinque gruppi (è possible analizzare ogni voce di giudizio a questo link). In tal modo è possibile evidenziare le eccellenze di diversi tipi di ateneo, siano essi rivolti maggiormente alla ricerca internazionale e alle scienze applicate, o costituiscano istituti a vocazione regionale e altamente specializzati settorialmente.

Da queste statistiche emerge che, nonostante il ritardo delle università italiana rispetto alle migliori al mondo nel campo della ricerca, vi sono numerosi segnali positivi, in particolare da parte di università che di solito non godono degli onori della cronaca: secondo questo articolo del Corriere della Sera, non solo Genova si piazza al secondo posto  della ricerca in Italia (subito dietro alla Università Bocconi di Milano), con ottimi risultati per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche, la percentuale di spesa dedicata alla ricerca ed il coinvolgimento del territorio, ma anche altre università legate a centri di medio-piccole dimensioni (Trento, Trieste, Pavia) risultano competitive a confronto dei tradizionali “giganti” di Milano, Torino e Roma.

 

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L’Italia sempre più presente nel panorama TT internazionale

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“La risorsa fondamentale dell’economia moderna è la conoscenza, e di conseguenza il processo più importante è l’apprendimento. Il fatto che la conoscenza differisca in aspetti cruciali dalle altre risorse rende i metodi dell’economia tradizionale meno rilevanti. […] La conoscenza non diminuisce di valore quando viene utilizzata. Al contrario aumenta il suo valore.” (B.Lundvall, “National System of innovation. Towards a Theory of Innovation and Interactive Learning“, 1992, Pinter, London)

Un recente articolo del Sole 24 Ore, accompagnato da un’intervista ad Henry Chesbrough sull’argomento, offre l’occasione per una riflessione sullo stato del trasferimento tecnologico in Italia.

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Open Innovation e Big Pharma: un binomio possibile

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Open Innovation è un modello teorizzato e descritto per la prima volta da Henry Chesbrough dell’Università di Berkeley, per il quale, in un mondo in cui la conoscenza è largamente diffusa e distribuita, le aziende non possono limitarsi ad utilizzare per la ricerca le proprie risorse interne, ma dovrebbero aprire canali di collaborazione con altre entità attraverso l’utilizzo strategico della proprietà intellettuale (licensing in e licensing out), con lo scopo di sviluppare nuovi modelli di business: un accesso più trasversale alla ricerca, quindi, con la possibilità di sfruttare economicamente anche quei risultati che non trovano diretta applicazione nel core business dell’azienda. Questo approccio è largamente utilizzato nel settore hi-tech, ma non può che sembrare estraneo al mondo farmaceutico, in cui la protezione estrema della proprietà intellettuale è sempre stata considerata un paradigma fondamentale.

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Il bilancio costi/benefici dell’attività brevettuale

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Il numero di brevetti concessi viene spesso descritto nelle statistiche come uno degli indicatori principali nella valutazione delle caratteristiche di innovatività di un sistema. Per quanto un’intensa attività brevettuale possa forse essere indice di una elevata inventività, tuttavia il solo numero di brevetti concessi nulla svela a riguardo dello sfruttamento economico degli stessi, ovvero sull’efficacia dei meccanismi di trasferimento tecnologico adottati dal sistema in esame. Al di là, poi,  delle riserve sulla rilevanza del dato stesso nella mappatura delle attività innovative, uno studio di un team di ricercatori della School of Law della Boston Universty, riemerso in occasione della recente ondata di brevetti concessi dall’ USPTO (l’ufficio brevetti statunitense), ha sottolineato lo squilibrio in termini di costi e benefici privati derivanti dall’applicazione di nuovi brevetti in USA tra il 1984 ed il 2009