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Open Innovation e Big Pharma: un binomio possibile

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Open Innovation è un modello teorizzato e descritto per la prima volta da Henry Chesbrough dell’Università di Berkeley, per il quale, in un mondo in cui la conoscenza è largamente diffusa e distribuita, le aziende non possono limitarsi ad utilizzare per la ricerca le proprie risorse interne, ma dovrebbero aprire canali di collaborazione con altre entità attraverso l’utilizzo strategico della proprietà intellettuale (licensing in e licensing out), con lo scopo di sviluppare nuovi modelli di business: un accesso più trasversale alla ricerca, quindi, con la possibilità di sfruttare economicamente anche quei risultati che non trovano diretta applicazione nel core business dell’azienda. Questo approccio è largamente utilizzato nel settore hi-tech, ma non può che sembrare estraneo al mondo farmaceutico, in cui la protezione estrema della proprietà intellettuale è sempre stata considerata un paradigma fondamentale.

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Il bilancio costi/benefici dell’attività brevettuale

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Il numero di brevetti concessi viene spesso descritto nelle statistiche come uno degli indicatori principali nella valutazione delle caratteristiche di innovatività di un sistema. Per quanto un’intensa attività brevettuale possa forse essere indice di una elevata inventività, tuttavia il solo numero di brevetti concessi nulla svela a riguardo dello sfruttamento economico degli stessi, ovvero sull’efficacia dei meccanismi di trasferimento tecnologico adottati dal sistema in esame. Al di là, poi,  delle riserve sulla rilevanza del dato stesso nella mappatura delle attività innovative, uno studio di un team di ricercatori della School of Law della Boston Universty, riemerso in occasione della recente ondata di brevetti concessi dall’ USPTO (l’ufficio brevetti statunitense), ha sottolineato lo squilibrio in termini di costi e benefici privati derivanti dall’applicazione di nuovi brevetti in USA tra il 1984 ed il 2009